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GENNAIO 2021 - PAG. 18 - Troppe rinunce e indifferenza sulla tassazione dei porti

 



 L’Unione europea è il ring degli interessi nazionali. E l’Italia, per indifferenza o incapacità, ha spesso rinunciato a salirci. L’avvitamento della questione sulla tassazione dei porti è solo uno dei tanti casi di scuola. Emblema del rischio, anche pesante, che si corre quando si rinuncia a presenziare, nelle dovute modalità, i meccanismi decisionali comuni.

«È nei singoli atti di intervento, nella formazione delle linee guida che bisogna continuamente vigilare, controllare, intervenire. E bloccare le iniziative controproducenti. Invece, sono state lasciate passare enunciazioni di principio che sono poi risultate penalizzanti per i porti italiani».

Le parole del Prof. Stefano Zunarelli centrano pienamente la posta in gioco. Fotografano il peccato originale che in questi sei/sette anni ha minato la (blanda) azione dei vari governi italiani impegnati a spiegare alla Commissione europea la peculiare organizzazione amministrativa dei suoi porti.

Iniziativa puntualmente fallita che si è tradotta nel recente ricorso alla Corte Europea contro l’ingiunzione di Bruxelles a tassare i porti della penisola. Tema che Assiterminal, nell’ambito delle iniziative per celebrare i suoi 20 anni, ha posto al centro della Tavola rotonda “Tassazione porti e governance della portualità”, con l’obiettivo, coadiuvata da alcuni dei maggiori esperti nel settore, di fare il punto della situazione e verificare la possibilità concreta di veder riconoscere le legittime ragioni del nostro paese in una materia peraltro strategica per il suo sviluppo economico.

Per il Prof. Francesco Munari la decisione della Commissione è sbagliata a partire dalla sua formazione: l’estensione meccanica, cioè, di modelli presi da altre situazioni amministrative. La cornice dell’iniziativa sta nel tentativo dell’Ue di porre mano alla sua politica fiscale, cercando di colpire le rendite di posizione dei “tax heavens”. Una policy che nel suo tentativo di mettere ordine investe i porti italiani sbagliando completamente il bersaglio.        

«L’ordinamento del sistema portuale italiano è stabile: al vertice c’è il ministero, poi le AdSP che con esso dialogano e poi le attività economiche che sono state privatizzate da anni. Nell’oggetto della decisione rientrano sia i canoni demaniali sia tutte le altre tasse di scopo. È come dire che i Comuni sono imprese nella misura in cui fanno pagare la Tari. Eppure gli enti portuali sono chiaramente definiti come “non economici” e non c’è nessun precedente della Corte di Giustizia che nega questo aspetto. Altro svarione è l’esclusione della natura tributaria. La stessa Commissione considera un’eccezione giusta che un’amministrazione non paghi le tasse».  

Ad essere contraddetto, nella sostanza, è il principio tributario che non si possono pagare tasse sulle tasse, essendo le AdSP vere e proprie amministrazione che fanno capo al MIT anche per quanto concerne i punti previsti dal patto di stabilità. Tra l’altro la decisione europea individua un inesistente onere finanziario ai danni dello Stato.

«Per gli enti portuali italiani tutte le entrate sono soggette a vincoli» ha sottolineato Munari. «Esistono vincoli stringenti legati alla loro natura giuridica. Così come è un errore il riferimento alla natura selettiva del regime di tassazione. Le amministrazioni portuali non hanno soggetti comparabili e non esiste un mercato del demanio per cui si potrebbe giustificare una distorsione della concorrenza. L’errore di fondo è paragonare le AdSP alle autorità portuali di altri paesi che forniscono veri e propri servizi».

La linearità delle posizioni giuridiche alla base del ricorso del governo italiano non mettono tuttavia il sistema portuale al riparo dai rischi sul breve termine. Anche perché, in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia, che dovrebbe arrivare in un paio d’anni, si potrebbero verificare conseguenze negative sulla delicata questione degli aiuti di Stato. Eventuali finanziamenti del Recovery Fund potrebbero ricadere entro questo perimetro, con effetti devastanti su tutto il cluster. 

«Sull’attività della Commissione in materia di sviluppo portuale occorre che il governo mostri un’attenzione e una capacità di intervento maggiore di quella mostrata finora» ha messo sull’avviso Zunarelli, per il quale, pur non essendo ancora necessario il “piano b” di una riforma sulla natura del sistema, si deve intervenire in direzione di una chiarificazione del quadro. «Rispetto al regime delle concessioni il principio generale è consolidato ma va posta attenzione sulla necessità di alleggerire quanto possibile i procedimenti e i rapporti tra le parti. La semplificazione è un’esigenza importante soprattutto dopo la sentenza del Consiglio di Stato sull’uso atipico degli strumenti urbanistici. Si pensi, per fare un esempio, alla norma del Codice di Navigazione che prevede l’obbligo di demolire le opere realizzate quando non pienamente inglobate nel tessuto urbano. Sebbene sia solo un’eventualità teorica, come lo si spiega ad un operatore internazionale in gara per una concessione di alcune decine di anni? È arrivato il momento di eliminare il portato di epoche diverse».

Questioni sulla competitività generale del “sistema-paese” che sono emerse dall’intervento del padrone di casa, il presidente di Assiterminal, Luca Becce. «Sul Recovery Fund va bene il grosso impegno economico ipotizzato sugli investimenti ferroviari, perché in Italia il tema che ci fa essere fanalino di coda dell’Europa industriale è proprio quello della connessione dei porti con i mercati di riferimento che è insufficiente. E i collegamenti ferroviari sono i più insufficienti. Se guardiamo invece le risorse per l’infrastrutturazione e la dotazione portuale non sono un granché».

Elemento centrale per sostenere la ripresa rimane, ad ogni modo, il funzionamento della portualità che ha bisogno di regole uniformi. «Abbiamo condiviso la riforma Delrio ma la riduzione da 25 autorità portuali a 15 autorità di sistema non ha comportato il più piccolo cambiamento, continuiamo ad avere 15 repubbliche autonome che sulla stessa materia, la stessa norma di legge, hanno modalità applicative completamente contraddittorie».

Infine, sull’idea di rappresentatività e sul futuro di Assiterminal. «Siamo cresciuti in questi venti anni ma non basta rispetto ai fenomeni che stanno modificando la natura dell’associazionismo. Il proliferare di organizzazioni legate ad un singolo player o ad un piccolo gruppo di interesse mette a rischio l’interesse generale. Nasce da queste considerazioni il ragionamento comune che stiamo portando avanti con Assologistica che porterà a breve alla presentazione di nuove proposte. L’idea    è quella di cercare di superare le divisioni, evitando le mere logiche di accorpamento. Difendendo, innanzitutto, la natura industriale della nostra attività, essenziale per il legame con in territorio».   

G.G.

 


Almeno due anni. È questo il lasso di tempo che presumibilmente servirà per giungere alla sentenza della Corte europea in merito al ricorso impostato dal governo italiano sulla questione della tassazione dei porti. Le fasi del procedimento sono due: scritta e orale. La prima è composta dalla presentazione del ricorso (con eventuali interventi di terzi) con documenti allegati, dalla costituzione della Commissione europea e delle controparti, dalle procedure sull’ammissibilità della costituzione di terze parte (e osservazioni in merito). Poi si passerà all’udienza orale, prodromo della sentenza.


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