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MAGGIO 2024 PAG. 66 - LIBRI

 

Dai marò ai contractor, E. Cusumano-S. Ruzza. Carocci

Il boom della pirateria al largo delle coste somale tra il 2008 e il 2011 ha colpito duramente la navigazione commerciale a livello mondiale. Per fare fronte a questo problema, numerosi Stati di bandiera hanno consentito l’imbarco di personale armato su navi civili, generalmente optando per il ricorso a militari o guardie private, i contractor. Il caso dell’Italia si colloca in maniera particolare all’interno di questo panorama, poiché sulla carta essa ha adottato un modello duale – cioè aperto sia all’impiego di militari che di contractor – ma in concreto ha dapprima interamente affidato il servizio ai marò, poi ha utilizzato un sistema ibrido, e infine optato per un modello del tutto privato. La trasformazione nel tempo della policy italiana la rende particolarmente idonea per uno studio volto a comprendere quali fattori agevolino o ostacolino il cambiamento delle politiche pubbliche, in particolare quando implicano una potenziale privatizzazione della sicurezza. Il volume contribuisce al dibattito sulle politiche di sicurezza e difesa italiane, avvalendosi di strumenti e metodi propri dell’analisi delle politiche pubbliche e delle relazioni internazionali.

Il nuovo impero arabo, F. Rampini. Solferino

L’altra faccia della tragedia israelo-palestinese è a poca distanza: è la rapida evoluzione in atto in Arabia saudita, che allarga su scala più vasta gli esperimenti già avviati a Dubai o nel Qatar. Quell’area compresa tra il Golfo Persico e il Mar Rosso è un gigantesco cantiere di sviluppo, attira un boom di investimenti e di imprese straniere, anche italiane. E accoglie nuovi flussi di imprenditori, turisti, studenti e ricercatori (il nostro Paese si è accorto della svolta con qualche ritardo quando Roberto Mancini ha abbandonato la guida della nazionale di calcio per quella saudita e Riad ha soffiato a Roma la sede dell’Expo). Ma cosa c’è dietro? Una delle chiavi è la laicizzazione in corso, che riduce i poteri del clero islamico, liberalizza i costumi e migliora i diritti delle donne. In questo reportage ispirato dai suoi viaggi più recenti Federico Rampini racconta il «nuovo impero arabo» che resta un regime autoritario (su cui la guardia deve restare alta) ma vuole rilanciare il proprio ruolo mondiale, memore di quella che fu l’epoca d’oro della sua civiltà. E che sembra uscire dal vittimismo antisraeliano spezzando la catena dell’odio nei confronti dell’Occidente (e il suo finanziamento) che ha portato alla diffusione della Jihad e della violenza fanatica. È un’area in forte crescita, segnata da progetti grandiosi di modernizzazione con ricadute nella geopolitica, nell’energia, nell’economia, nella finanza, nella tecnologia e nel campo della lotta al cambiamento climatico. Ma l’Arabia e i suoi vicini più piccoli sono sotto la minaccia permanente di un avversario come l’Iran e del focolaio minaccioso del Golfo di Suez; e il conflitto israelo-palestinese condiziona leader e popoli di tutta la zona. Dal successo nei piani avveniristici di questa parte del mondo dipenderanno anche lo sviluppo dell’Africa, la stabilità del Mediterraneo, la sicurezza mondiale, la transizione verso un’economia meno condizionata dal petrolio.

Il Mediterraneo globale, Fondazione Med-Or. Luiss University Press

Viviamo una fase storica che si rivela ogni giorno insieme inquieta ed inquietante. Due guerre, una nel cuore dell'Europa, un'altra nel Mediterraneo, sono in corso, mentre tanti conflitti, tante tensioni, attraversano il mondo. Quando esplodono più guerre, queste sono il segnale di una crisi di un ordine mondiale. Oggi viviamo in un mondo disordinato, apolare, senza punti di riferimento, in cui è difficile che ci possano essere Paesi guida. È evidente che se vogliamo costruire un percorso di pace duratura dobbiamo prefigurare un nuovo ordine mondiale. Ma oggi, un nuovo ordine mondiale non si può costruire senza la partecipazione del Sud del mondo. E questo assunto ripone al centro dell'attenzione il tema del Mediterraneo, della sua stabilità, della sua sicurezza. Un tema attualissimo per un Paese come l'Italia e, soprattutto, per l'Europa. “C’è infatti un filo rosso che lega la guerra al Mediterraneo, confermando il fatto che non sia un mare “regionale”, o come qualcuno potrebbe intendere “chiuso”, estraneo alle grandi partite globali in corso negli altri mari, dal Pacifico all’Atlantico, all’Indiano. Anzi, si tratta di un mare connesso e fortemente interdipendente alle regioni e ai mari limitrofi, centrale anche negli interessi delle grandi potenze globali: Cina, Stati Uniti, Russia. Cuore di intrecci e dinamiche economiche e politiche che rimandano alla più grande partita in corso a livello mondiale”.

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