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Shipping, la guerra fredda Usa-Cina passa da Cosco

 


Reuters rivela che le navi Cosco userebbero apparecchiature di signals intelligence per conto di Pechino. Il caso si inserisce in una serie di frizioni sino-americane che toccano cantieristica, porti panamensi e arbitrati internazionali.

Lo shipping sempre più al centro dello scontro strategico tra Stati Uniti e Cina. Cantieristica navale, gru portuali, concessioni terminalistiche e ora anche presunte attività di intelligence a bordo delle navi mercantili si intrecciano in una serie di episodi che, pur distinti, disegnano una linea di contrapposizione crescente tra Washington e Pechino sul controllo delle rotte e delle infrastrutture marittime globali. L'ultimo capitolo riguarda China Cosco Shipping Corporation le cui navi avrebbero a bordo apparecchiature per intercettare comunicazioni militari lungo le coste di Europa, Nord America e Asia, in accordo con il governo di Pechino. Lo rivela Reuters, citando due alti funzionari dell'amministrazione Trump secondo cui l'obiettivo sarebbe raccogliere informazioni su tecnologie e sistemi di crittografia utilizzati da imbarcazioni e velivoli militari stranieri. Secondo le accuse, si tratterebbe di piattaforme avanzate per la raccolta di signals intelligence (Sigint), il cui utilizzo permetterebbe a Pechino di rafforzare la propria posizione nelle dispute territoriali e di acquisire informazioni anticipate sugli obiettivi militari di potenze straniere. 
L'indiscrezione, forse non casuale, arriva a pochi giorni dall'incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto per il 24 settembre, sul cui tavolo figura anche la possibile proroga della sospensione delle tasse portuali Usa alle compagnie cinesi, in scadenza a novembre. Cosco non ha replicato alle accuse, mentre l'ambasciata cinese a Washington ha dichiarato che Pechino non chiederebbe mai ad aziende o individui di “raccogliere o fornire dati, informazioni o intelligence all'estero violando le leggi locali”. 
La lista dei precedenti si allunga. Un rapporto dello Us Naval War College dell'aprile 2025 ipotizzava già un uso da parte dell'Esercito Popolare di Liberazione delle flotte di pescherecci e navi commerciali cinesi per attività di sorveglianza. Nel gennaio 2025 il Pentagono aveva inserito Cosco nella lista 1260H delle aziende legate al settore militare cinese, insieme a COSCO Shipping (North America), COSCO Shipping Finance, China International Marine Containers, China State Shipbuilding Corp e China Shipbuilding Trading Co. L'inclusione comporta il divieto di rapporti con le agenzie governative statunitensi ma non sanzioni immediate: le navi Cosco hanno infatti continuato a fare scalo nei porti Usa. 
Accuse simili avevano coinvolto tra il 2023 e il 2024 anche il produttore cinese di gru Zpmc. Un'inchiesta del Wall Street Journal aveva sollevato dubbi sulla possibilità che gli impianti, attraverso sistemi digitali interni, potessero condizionare i flussi logistici fino a paralizzare i porti. Indagini del Congresso sulla Sicurezza Interna avevano rilevato componenti non autorizzate e vulnerabilità "by design". La vicenda aveva spinto l'amministrazione Biden a stanziare oltre 20 miliardi di dollari per sostituire gradualmente le gru cinesi con produzione statunitense. 
Le tensioni si estendono anche a Panama. La Federal Maritime Commission statunitense ha recentemente segnalato una serie di detenzioni ingiustificate di navi battenti bandiera panamense nei porti cinesi. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha accusato apertamente la Cina di esercitare "pressione" sul sistema marittimo internazionale, definendo le detenzioni "un fattore di destabilizzazione delle supply chain internazionali, con impatti su costi operativi e affidabilità del sistema commerciale globale". 
Al centro della disputa i terminal di Balboa e Cristóbal, alle due estremità del Canale. A fine gennaio la Corte Suprema di Panama ha annullato il quadro giuridico alla base della gestione dei terminal, invalidando le concessioni di CK Hutchison Holdings. Il Gruppo con base ad Hong Kong ha avviato nelle scorse settimane un procedimento arbitrale internazionale contro il governo del paese centroamericano, chiedendo un risarcimento superiore a 1,5 miliardi di dollari per violazione degli obblighi di protezione degli investimenti. La società sostiene che il 23 febbraio 2026 Panama abbia assunto il controllo dei terminal precedentemente gestiti da Panama Ports Company, comportando il trasferimento di proprietà, attrezzature, tecnologie, dipendenti e documentazione. 
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