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LUGLIO 2022 PAG. 46 - Bioeconomia, output da 1.500 mld di euro

 


È stato presentato a Salerno l’ottavo “Rapporto sulla bioeconomia in Europa” redatto dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo in collaborazione con Assobiotec-Federchimica e il cluster Spring. Il rapporto stima il valore della produzione, dell’occupazione, e analizza i trend di sviluppo di questo metasettore, inquadrando l’Italia rispetto ad altri Paesi europei

Nel 2021, la Bioeconomia ha raggiunto 1.500 miliardi di valore della produzione e oltre 7 milioni di occupati nel complesso di Francia, Germania, Italia e Spagna. Il Rapporto contiene una stima aggiornata al 2021 del valore della produzione e degli occupati della Bioeconomia, intesa come sistema che utilizza le risorse biologiche, inclusi gli scarti, come input per la produzione di beni ed energia, per l’Italia e per alcuni paesi europei. 

In termini assoluti, la Germania si conferma leader, con un valore della produzione della Bioeconomia stimato pari a 463,6 miliardi di euro, seguita dalla Francia con un valore di 379,4 miliardi. L’Italia si posiziona al terzo posto, con un output pari a 364,3 miliardi di euro, prima di Spagna (251,5 miliardi). In termini occupazionali la Bioeconomia registra valori compresi tra gli 1,5 milioni di addetti della Spagna e i 2,3 milioni di occupati tedeschi. L’Italia, con poco più di 2 milioni di addetti, si posiziona al secondo posto subito dopo la Germania, prima di Francia (1,8 milioni) e Spagna (1,5 milioni). In Italia, in particolare, nel 2021 la Bioeconomia ha registrato un rimbalzo dell’output pari al 10,6%, diffuso a tutti i settori, recuperando pienamente il terreno perso e raggiungendo 364 miliardi di euro, circa 26 miliardi di euro più del 2019. Stabile l’occupazione a 2 milioni di persone.

Il potenziale di sviluppo in ottica circolare è elevato nel nostro Paese e diffuso lungo tutto il territorio nazionale. L’aggiornamento al 2019 delle stime del valore aggiunto della Bioeconomia nelle regioni italiane ne evidenzia un ruolo particolare nelle regioni del Nord-Est e del Mezzogiorno, con un peso sul valore aggiunto regionale dell’8% e 7% rispettivamente. Sotto la media italiana invece il peso nel Nord-Ovest (5,3%) e nel Centro (5,8%). 

Dopo un primo trimestre 2022 ancora caratterizzato da una buona evoluzione, lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso lo scenario in cui si muovono le imprese della Bioeconomia ben più complesso. I rincari dei costi e le difficoltà di approvvigionamento degli input, in particolare quelli energetici ma anche quelli agricoli, avranno un impatto significativo per alcuni comparti della Bioeconomia (agricoltura, pesca, carta e prodotti in carta in particolare). 

Un discorso a parte merita la componente bio-based della chimica e della produzione di energia: i rincari delle quotazioni petrolifere non sono attesi esaurirsi nel breve termine, date le tensioni tra domanda e offerta e le difficoltà nel trovare un percorso diplomatico di uscita dalla crisi attuale. Quanto questo possa tradursi in un vantaggio competitivo per le produzioni bio-based dipenderà da molti fattori, tra cui i prezzi delle materie prime alternative a quelle petrolifere, come quelle agricole, che a loro volta stanno registrando forti tensioni, non soltanto per l’emergenza del conflitto ma anche, sempre di più, per effetto del cambiamento climatico.

Proprio per questo, lo scenario che si delinea rende imprescindibile accelerare sull’adozione di processi produttivi più efficienti sul piano energetico, sulla produzione diffusa di energia elettrica da fonti rinnovabili ma anche e, soprattutto, sul riutilizzo delle materie prime seconde, in un’ottica circolare e locale che appare ancora più cruciale alla luce della fragilità delle filiere lunghe che hanno caratterizzato la crescita mondiale negli ultimi due decenni. 

L’analisi della diffusione di alcune di queste strategie nei settori della Bioeconomia effettuata sui dati del 2018 relativi al Censimento Permanente dell’Istat evidenzia un buon posizionamento dei settori della Bioeconomia, ma fa anche emergere un enorme potenziale ancora da sfruttare in molti settori. 

La strategia sulla Bioeconomia italiana, che punta sulla valorizzazione delle materie prime seconde su base locale con il coinvolgimento di tutti gli attori della filiera, potrà dare un contributo importante in quest’ottica, fondamentale per superare le criticità attuali, ma anche per disegnare un futuro più sostenibile. La Bioeconomia si conferma uno dei pilastri del Green Deal Europeo, con un ruolo importante nella Tassonomia Europea per la Finanza Sostenibile, e delle politiche nazionali, come la nuova programmazione del Fondo di Sviluppo e Coesione, rendendo ancora più cruciale la possibilità di identificare correttamente le attività bio-based nelle classificazioni settoriali 

La Tassonomia Europea per la Finanza Sostenibile è uno degli strumenti individuati dalla Commissione per indirizzare gli investimenti verso le attività più sostenibili, identificate attraverso l’attuale struttura della classificazione NACE/Ateco, a cui vengono affiancati dei Technical Screening Criteria (TSC) ovvero dei parametri quali/quantitativi specifici per ogni attività.

I settori che sono attualmente ricompresi sia nella Tassonomia sia nel perimetro della Bioeconomia sono quattro: silvicoltura; attività manifatturiere collegate alle bioplastiche e alla chimica bio-based; energia per la componente legata alle bioenergie; ciclo idrico e trattamento dei rifiuti. Il settore agricolo è stato escluso temporaneamente dall’attuale Regolamento, in attesa della completa definizione della Politica Agricola Comune (PAC), con l’obiettivo di assicurare una maggiore coerenza tra i diversi strumenti disponibili. Il Rapporto Tecnico alla base del Regolamento evidenzia la necessità di estendere i lavori della Tassonomia e i relativi criteri tecnici anche al settore del legno (100% attività bioeconomica) e all’industria dei mobili (parzialmente afferente alla Bioeconomia). Parimenti, il settore della carta e la filiera del settore tessile potrebbero in un secondo momento essere “eligible” fra i settori della Tassonomia.  

Anche alla luce di tali policy, diventa ancora più importante la corretta identificazione delle produzioni bio-based attraverso le classificazioni statistiche ufficiali. Il processo di revisione della classificazione NACE iniziato a livello europeo negli ultimi mesi del 2018 e attualmente nella fase conclusiva di consultazione, introduce codici NACE ad hoc per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, di biocarburanti liquidi e di combustibili solidi da biomassa legnosa. Diverso è il caso delle produzioni chimiche bio-based più innovative: proprio la natura fortemente innovativa, infatti, porta ad avere una base produttiva specializzata molto ridotta, a cui si affiancano alcune produzioni di grandi gruppi chimici, ancora fortemente basati sulle fonti fossili. Il rischio di errori di stima ha pertanto sconsigliato l’introduzione di uno specifico codice per i prodotti chimici bio-based. 

Il ruolo della Bioeconomia appare rilevante anche nelle politiche nazionali, e in particolare nel nuovo Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC). La nuova programmazione 2021-2027 del Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC) attribuisce un ruolo importante alla Bioeconomia e prevede un insieme di interventi diversificati per la realizzazione di obiettivi di grande rilievo legati alla transizione verde e, in particolare, alla Bioeconomia circolare, come nuova frontiera della crescita economica sostenibile del Paese e per la riduzione dei divari territoriali. Da una breve disamina emerge uno sforzo a porre il tema della Bioeconomia al centro di molte importanti scelte di intervento pubblico, in un’ottica di stimolo e incentivazione dell’iniziativa privata. Pur non costituendo un’area tematica separata, la Bioeconomia risulta cruciale in tutti gli assi identificati, soprattutto per quanto riguarda il tema della competitività delle imprese. Vi è, infatti, l’impegno generale di indirizzare una quota significativa del FSC – in coordinamento con il PNRR, – verso il metasettore trasversale della Bioeconomia, capace di collegare tipologie di impresa tradizionali e innovative, costruendo un modello integrato di sviluppo. In particolare, vengono sollecitate azioni volte alla valorizzazione di intere catene del valore, partendo dall’utilizzo delle biomasse e degli scarti per la fabbricazione di beni intermedi e prodotti, fino alla reindustrializzazione dei siti produttivi dismessi, specialmente nel Mezzogiorno.

L’elevata innovatività della Bioeconomia è confermata dall’aggiornamento del censimento delle start-up innovative del settore.

L’innovazione rappresenta un fattore strategico per le imprese afferenti alla Bioeconomia. La ricerca di processi industriali sostenibili, in una logica sempre più attenta all’economia circolare, così come la necessità di utilizzare e sviluppare nuovi materiali di natura bio-based, o l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, richiedono infatti investimenti in attività innovativa, che si riflettono anche nella nascita di nuove realtà imprenditoriali. Le start-up innovative della Bioeconomia, secondo la classificazione adottata, sono risultate 1.003 a febbraio 2022, il 7,2% delle start-up innovative iscritte al Registro delle imprese. Si tratta di soggetti tendenzialmente più capitalizzati e con una maggiore frequenza di capitale umano qualificato, elevate spese di R&S e brevetti, fattori importanti per delineare il loro potenziale percorso di sviluppo. 

Quasi la metà delle start-up della Bioeconomia (481 imprese, il 48% del totale) è specializzata nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, in primis la ricerca e sviluppo. Si tratta di un insieme di attività trasversali a diversi ambiti di applicazione, dall’agricoltura alla chimica verde, con un focus significativo sulla ricerca di soluzioni innovative (nuovi materiali bio-based o processi produttivi alternativi sostenibili ad esempio). Rilevante è anche la presenza di start-up nella filiera agro-alimentare (255 start-up, il 25,4% del totale), dove si trovano casi di aziende agricole specializzate nelle coltivazioni biologiche o che utilizzano innovative tecniche di produzione volte a ridurre gli sprechi di risorse utilizzando nuovi e più efficienti processi produttivi. Le start-up potranno contribuire ad innalzare ulteriormente il contenuto innovativo della Bioeconomia, fornendo soluzioni e risposte all’esigenza cruciale di migliorare il nostro utilizzo delle risorse naturali. 

A testimonianza della rilevanza di questo fenomeno a febbraio 2022 è nato Terra Next, il programma di accelerazione per start-up e PMI innovative operanti nel settore della Bioeconomia. Frutto dell’iniziativa di CDP Venture Capital, vede la partecipazione di Intesa Sanpaolo Innovation Center in qualità di co-ideatore e promotore e il supporto di Cariplo Factory che gestirà operativamente il programma.


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