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Le cause socioeconomiche della crisi iraniana

 


Al di là di alcune fantasiose interpretazioni circolate in televisione e su molti rotocalchi, la crisi iraniana ha radici profonde che vanno oltre le politiche americane e israeliane. Per comprendere meglio, partiamo dalla neocostituita Repubblica iraniana e dalla sua costituzione, che affida al presidente un ruolo meramente esecutivo, poiché risponde alla Guida Suprema, detta faqih (ossia l’Imam Khomeyni), coadiuvata da un Consiglio di Saggi. Per Khomeyni, la politica è strettamente legata alla religione, e questa connessione rende comprensibile la difficoltà di cogliere tutte le sfaccettature della crisi. 

I fattori in gioco sono molteplici: sociali, politici, economici, alimentari e religiosi, che si intrecciano tra loro in un complesso mosaico di cause. È evidente che questa combinazione renda la crisi iraniana più complessa e radicata rispetto a quanto possano suggerire letture focalizzate unicamente sull’iperattivismo trumpiano o sull’ambizione egemonica di Tel Aviv. 

Negli ultimi venti anni, l’Iran ha attraversato ripetute crisi economiche, aggravate dalla difficoltà di applicare riforme in un contesto fortemente religioso e ideologico. Durante questo periodo, il Paese ha vissuto la più lunga e invasiva crisi economica, sociale, idrica e agricola della sua storia contemporanea. Nonostante ciò, per motivi religiosi, Teheran ha continuato a finanziare e sovvenzionare alleati regionali come la Siria, i ribelli Huthi nello Yemen, Hamas a Gaza e Hezbollah in Libano, sottraendo risorse preziose a una popolazione già provata da disoccupazione, carenza d’acqua, penuria alimentare e inflazione galoppante, talvolta superiore al 30% annuo. 

Questi processi hanno anche accelerato la svalutazione del riyal, la moneta iraniana, in caduta libera da diversi anni. Così, alla crisi idrica e alimentare si è aggiunta quella economica e monetaria, in un Paese riluttante non solo alle riforme economiche, ma anche a quelle di matrice democratica e liberale, a causa della componente religiosa e degli impegni internazionali. 

In Iran, inoltre, non esistono aziende private: tutto è gestito dalla pesante macchina statale, spesso incapace di realizzare opere pubbliche in modo competitivo e nei tempi previsti. Il Paese si regge principalmente sulle esportazioni, essendo il terzo produttore di gas e il nono di petrolio al mondo. 

Tuttavia, il processo inflazionistico del riyal, l’embargo economico, le perdite sulle esportazioni (oltre il 15% nel 2025) e i continui aiuti a fondo perduto ai suoi alleati (stimati in oltre 20 miliardi di dollari nel 2023) evidenziano come la crisi iraniana abbia solide radici interne oltre a quelle internazionali. Le recenti manifestazioni per maggiori libertà sono comprensibili reazioni della popolazione, ma l’Occidente le ha raccontate spesso da un unico punto di vista, trascurando il contesto complessivo e le dinamiche geopolitiche. In un mondo in rapido cambiamento, la questione iraniana non può essere letta esclusivamente in chiave geopolitica: va inserita in una storia più ampia e complessa.

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