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Hormuz, rotte alternative sature e congestionate


Commento a cura di  Valentina Mellano, CEO di Nord Ovest S.p.A.

Sul fronte della logistica industriale, la situazione resta fortemente critica e lontana da una normalizzazione in Medio Oriente. Sebbene in questo momento le priorità operative vengano inevitabilmente assorbite dal traffico petrolifero, che richiede attenzione immediata e condiziona la gestione complessiva dei flussi nell’area, bisogna considerare che il traffico cargo continua di fatto a essere bloccato: a oggi, nessun armatore ha ripreso a transitare nello Stretto di Hormuz. 
I mercati degli Emirati restano interessati ai flussi in ingresso, ma raggiungerli è estremamente difficile se non impossibile. Nelle ultime settimane il sistema ha cercato di adattarsi attraverso soluzioni alternative allo Stretto di Hormuz, ma le principali rotte alternative risultano adesso congestionate o non più accessibili. 
I porti utilizzati come valvole di sfogo nell’area del Golfo, come Khor Fakkan o Sharjah, sono saturi e stanno generando un effetto imbuto che rallenta l’intera supply chain. Le direttrici verso l’India o Jeddah restano formalmente invariate, ma non sono immuni alle tensioni regionali. Le rotte terrestri, ad esempio via Egitto, inizialmente considerate opzioni percorribili, comportano costi molto elevati e non sempre risultano sostenibili su scala industriale. 
Inoltre, alcune categorie merceologiche, dai macchinari a specifici prodotti agroalimentari (come alcune varietà di mele) non sono riadattabili ad altri mercati in tempi brevi. Per questo in alcuni casi le aziende scelgono di far rientrare la merce, con un impatto diretto sui ricavi e sulla gestione operativa. Parallelamente, la pressione sui costi continua ad aumentare lungo tutta la filiera. Dall’inizio della crisi, i noli complessivi su alcune tratte sono arrivati a raddoppiare, con incrementi fino a 2.500 dollari per container. Il trasporto su strada registra aumenti intorno al 10%, mentre il costo del carburante è passato da circa 1,6 euro al litro a livelli superiori ai 2–2,20 euro, comprimendo ulteriormente i margini delle imprese. A questo si aggiunge il rischio di ulteriori rincari legati all’energia, con impatti attesi anche sul trasporto refrigerato, particolarmente sensibile alle dinamiche dei consumi energetici. L’arrivo della stagione estiva introduce una variabile ulteriore: l’uso più intenso delle celle frigo per il trasporto delle merci comporterà inevitabilmente un aumento dei costi operativi. Per il settore ortofrutticolo il quadro è ancora più delicato, essendo un comparto in cui la regolarità delle tempistiche, la tenuta della catena del freddo e la prevedibilità dei transiti sono elementi essenziali. 
La logistica sta assorbendo uno shock che rischia di diventare strutturale. La riattivazione dei flussi richiederà tempo, mentre i costi stanno già consolidando i loro effetti lungo tutta la catena del valore.
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