Le nuove rotte criminali nei porti italiani
Nel 2025 i porti italiani hanno registrato 131 eventi criminali distribuiti su 38 scali nazionali, con un incremento del 14% rispetto ai 115 casi dell'anno precedente. È il dato centrale della terza edizione di "Diario di Bordo", lo studio annuale di Libera, associazione contro le mafie, che monitora le infiltrazioni criminali nel sistema portuale italiano attraverso l'analisi di fonti investigative, giudiziarie e istituzionali.
Nel quadriennio 2022–2025 gli eventi complessivamente documentati sono stati 496, con una frequenza media di un episodio ogni tre giorni. Un'analisi storica più ampia, relativa al trentennio 1994–2024 e basata sulle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia (DNA) e della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), ha censito 113 clan attivi su 71 scali italiani, con 26 matrici criminali identificate: il 65,5% dei porti a rilevanza economica nazionale risulta esposto a interessi criminali organizzati.
Il dato forse più significativo del 2025 non riguarda la crescita numerica in sé, ma la redistribuzione geografica degli episodi. Il numero degli scali coinvolti è salito da 30 a 38, con un incremento del 27%. Civitavecchia guida la classifica annuale con 14 casi, contro i 4 del 2024, segnando un aumento del 250%. Seguono Ancona e Gioia Tauro con 13 episodi ciascuno, e Genova con 12. Per la prima volta compaiono segnalazioni in porti minori o a vocazione turistica come Acciaroli, Fiumicino, Manfredonia e Siracusa, scali storicamente meno esposti alla pressione investigativa.
A livello regionale, le Marche risultano l'area più colpita nel 2025 con 16 casi, seguite da Calabria, Lazio, Sardegna e Liguria con 15 episodi ciascuna. Puglia e Sicilia registrano 14 casi. Nella classifica quadriennale 2022–2025, invece, Genova mantiene il primato con 49 eventi (9,8% del totale nazionale), seguita da Livorno con 42 (8,4%) e Ancona con 40 (8%). La Liguria si conferma la regione con la maggiore incidenza cumulativa: 16,1% degli episodi totali, seguita da Sicilia (14,7%) e Campania (9,9%).
Parallelamente, si registrano flessioni marcate in scali che negli anni precedenti figuravano tra i più esposti: Livorno segna un -68,8%, Napoli un -71,4%, Venezia un -85,7%. Diario di Bordo non legge questi dati come una riduzione strutturale del fenomeno, ma come una ricomposizione delle rotte verso scali dove la pressione investigativa è storicamente meno sistematica. È una dinamica già documentata a livello europeo: il Procuratore Generale della Cassazione Pietro Gaeta, nella relazione sull'amministrazione della giustizia 2025, ha evidenziato come "con l'aumento dei controlli nei grandi porti europei, come Rotterdam, Anversa e Amburgo, e italiani, come Gioia Tauro, le rotte del traffico si sono adattate per ridurre i rischi di sequestro", con una progressiva preferenza per gli scali secondari. Lo stesso Gaeta ha sottolineato che "i gruppi albanesi svolgono anche un ruolo internazionale di 'agenzia di servizi', offrendo attività di brokeraggio alle principali organizzazioni criminali, comprese le mafie italiane", configurandosi come broker logistici attivi lungo tutta la filiera, dalla produzione sudamericana alla distribuzione europea.
Sul piano delle tipologie di reato, il traffico di stupefacenti si conferma la fattispecie più ricorrente: 40 eventi nel 2025, pari al 31,5% del totale. Seguono il traffico di prodotti contraffatti con 34 casi (26,8%) e il contrabbando con 29 eventi (22%). Queste tre categorie concentrano complessivamente circa l'80% delle attività illecite rilevate. Il 56% dei casi (73) riguarda flussi in importazione, l'11% il transito e il 10% le esportazioni illegali.
La cocaina resta la sostanza prevalente nel narcotraffico portuale, con 26 episodi specifici nel 2025. Gioia Tauro si conferma hub strategico nelle rotte transatlantiche, con sequestri occultati in carichi di banane, legname, gamberi surgelati e pellet. Tra i casi più rilevanti dell'anno: a Livorno sono stati sequestrati 2.080 chilogrammi di cocaina nascosti in un container di polvere di cacao; a Genova, 140 chilogrammi di eroina proveniente dall'Iran erano stati inglobati in fase di produzione all'interno di 60.000 mattoni di cemento, tecnica che rende il rilevamento quasi impossibile in assenza di intelligence preventiva. Sempre a Genova sono stati intercettati 700 chilogrammi di permanganato di potassio dal Sudafrica, precursore chimico utilizzato nella raffinazione di stupefacenti, a indicare che alcuni scali italiani fungono da nodi anche per le fasi a monte della produzione. A Ravenna è stata bloccata una spedizione non autorizzata di oltre 800 componenti metallici qualificati come materiale d'armamento destinati a Israele.
Sul fronte della contraffazione, Trieste si conferma snodo cruciale per il transito di merci dalla Turchia e dalla Cina verso il Nord Europa, con sequestri che interessano abbigliamento, giocattoli e prodotti alimentari. Il contrabbando è invece fortemente concentrato sul comparto ittico (44,4% dei casi), con sequestri rilevanti anche nel settore del tabacco lavorato, fino a 22 tonnellate, e dei fuochi pirotecnici. A Napoli sono state intercettate 370 tonnellate di scarti industriali destinati alla Turchia; ad Ancona, carichi di schiumature di alluminio tossiche provenienti dall'Albania.
L'analisi dedica un'attenzione specifica al fenomeno della corruzione nelle Autorità di Sistema Portuale (AdSP). Tra il 2018 e il 2025 sono stati documentati 45 episodi di presunta corruzione all'interno di questi enti, rilevati attraverso un monitoraggio che ha coinvolto 16 AdSP nell'arco di otto anni. Va precisato che i dati provengono dalle relazioni dei Responsabili della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) delle stesse autorità portuali: si tratta quindi di un dato di autosegnalazione istituzionale, non di accertamenti giudiziari definitivi, e per questa ragione non restituisce necessariamente l'interezza del fenomeno. Ciò non ne riduce la rilevanza: anche come fotografia parziale, 45 episodi in otto anni in 16 enti pubblici segnalano una fragilità strutturale nei processi decisionali delle AdSP. Il meccanismo ricorrente descritto nel documento vede l'azione di un intermediario locale – definito "broker" – che seleziona soggetti ritenuti disponibili all'interno delle strutture amministrative e li coinvolge in scambi corruttivi sostenuti da risorse economiche esterne.
Le infiltrazioni, infatti, non si limitano ai traffici illeciti. I capitali criminali vengono reinvestiti in settori strategici come la vigilanza privata, l'edilizia portuale e il trasporto passeggeri. L'indagine di Libera cita casi specifici: il clan Arena di Isola Capo Rizzuto nei lavori di preparazione dei cantieri edili; il clan Capriati di Bari nei servizi di vigilanza; il clan Mancuso di Tropea nel trasporto passeggeri. A Civitavecchia il fenomeno assume anche i contorni dell'abusivismo nel settore del noleggio con conducente (NCC), con ricadute dirette sugli operatori onesti e sui passeggeri. La disponibilità di ingenti capitali illeciti rende il sistema portuale un terreno sempre più appetibile per le consorterie criminali, che puntano a infiltrarsi nell'economia legale in modo silente, sfruttando la complessità logistica degli scali e la molteplicità degli operatori coinvolti.
Il rapporto individua alcune linee d'intervento prioritarie. Sul piano tecnologico: potenziamento delle scansioni X-ray, tracciamento elettronico integrale dei container e utilizzo sistematico di data analytics per il monitoraggio dei carichi sospetti. Sul piano istituzionale: rotazione obbligatoria del personale nelle AdSP, rafforzamento dei programmi di protezione per i whistleblower e maggiore trasparenza nei processi decisionali e nelle procedure di concessione. Sul piano operativo: cooperazione internazionale strutturata tra autorità portuali e forze dell'ordine, e coinvolgimento diretto dei lavoratori portuali come primo presidio di legalità all'interno dell'ecosistema degli scali.


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