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E-commerce extra UE, perché arriva la tassa


 

La decisione dell’Unione Europea di introdurre un nuovo contributo sulle spedizioni e-commerce extra UE – nella misura di un importo fisso compreso tra 2 e 3 euro per i pacchi di valore fino a 150 euro – si inserisce in un più ampio processo di revisione delle regole doganali e fiscali legate alla crescita esponenziale del commercio online transfrontaliero. La misura, che mira a far concorrere anche l’e-commerce ai costi di controllo, gestione doganale e smaltimento degli imballaggi, si concentra in particolare sulle spedizioni di basso valore che oggi beneficiano di un regime agevolato. Un provvedimento che ha immediatamente alimentato polemiche e timori di un aumento dei prezzi per i consumatori, ma che pone al centro un tema chiave per il settore dei trasporti e della logistica: la necessità di evitare sperequazioni competitive tra canali distributivi e tra Paesi membri. «Per essere efficace e realmente equo, ogni nuovo onere o tassazione dovrà infatti essere applicato in modo uniforme su tutto il territorio europeo, senza differenze nazionali che rischierebbero di alterare la concorrenza e i flussi logistici». Da questa premessa prende le mosse l’analisi di Riccardo Fuochi, presidente di Swiss Logistic Center, che propone a Porto e Interporto una lettura del provvedimento. 
Il Codacons ha definito questa misura una “stangata” per i cittadini. Lei non è d’accordo... 
Francamente fatico a comprendere questa definizione. Credo derivi da una conoscenza parziale di ciò che realmente sostiene il modello dell’e-commerce così come lo conosciamo oggi. Il consumatore percepisce solo il beneficio finale: ordinare un prodotto comodamente da casa e riceverlo con il trasporto incluso, spesso senza costi aggiuntivi evidenti. Ma dietro quella comodità esiste una filiera complessa che oggi gode di un regime di favore rispetto ai canali tradizionali. 
A cosa si riferisce quando parla di “regime di favore”? 
Mi riferisco al fatto che una quota enorme di merci entra nel mercato europeo senza essere assoggettata a dazi e spesso con controlli molto limitati. Nel solo 2024 sono arrivati in Europa circa 4,6 miliardi di pacchi con un valore dichiarato inferiore a 150 euro, che è la soglia sotto la quale non si applicano i dazi doganali. Se consideriamo una media di due articoli per spedizione, parliamo di quasi 10 miliardi di prodotti immessi sul mercato europeo in un solo anno. 
Perché questo dato è così rilevante? 
Quei prodotti, fino a pochi anni fa, sarebbero transitati attraverso i canali distributivi tradizionali: negozi fisici, importatori, grossisti. Canali soggetti a dazi, controlli doganali, verifiche sulla sicurezza, sull’etichettatura e sulla conformità ambientale. Oggi, invece, una parte consistente di queste merci entra attraverso spedizioni frazionate, spesso studiate appositamente per restare sotto la soglia dei 150 euro ed evitare qualsiasi imposizione. 
Quindi non si tratta solo di un tema fiscale? 
Esattamente. Il tema fiscale è solo una parte del problema. C’è una questione di equità concorrenziale e, soprattutto, di tutela del consumatore. Quando un prodotto entra attraverso i canali tradizionali, abbiamo la certezza che rispetti le normative europee in materia di sicurezza, sostenibilità, marchiatura ed etichettatura. Questo non sempre avviene nell’e-commerce transfrontaliero, che oggi beneficia di una sorta di “corsia preferenziale” in dogana. 
Può fare un esempio concreto? 
Pensiamo ai giocattoli o ai prodotti elettrici a basso costo. Sono categorie sensibili, nelle quali il rispetto delle norme di sicurezza è fondamentale. È legittimo e doveroso verificare che un prodotto sia conforme agli standard europei. Questo controllo non può venire meno solo perché la merce arriva in piccoli pacchi, magari spediti separatamente per aggirare le regole. Le norme devono valere per tutti, senza eccezioni. 
Alla luce di questo, come valuta il nuovo contributo UE? 
Lo considero uno strumento di riequilibrio, non una punizione per il consumatore. I pochi euro in più che verranno pagati non sono una “stangata”, ma un contributo che può servire a coprire costi reali: lo smaltimento degli imballaggi, il rafforzamento dei controlli, la tutela della sicurezza dei prodotti e, più in generale, un riequilibrio del mercato tra e-commerce e distribuzione tradizionale. 
In conclusione, qual è il messaggio da veicolare? 
Che la comodità ha un costo e che quel costo oggi non è equamente distribuito. Non si tratta di ostacolare l’e-commerce, che ha rivololuzionato positivamente il commercio B2C, ma di evitare che diventi uno strumento per aggirare regole pensate a tutela dei cittadini e del mercato. Regole uguali per tutti non penalizzano il consumatore: lo proteggono.
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