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DICEMBRE 2019 PAG. 52 - Hong Kong, moderata fiducia al Forum Business Association






La delicata situazione politica che investe Hong Kong vista dagli occhi di chi conosce perfettamente quella realtà. Riccardo Fuochi, presidente del Propeller Club di Milano, può essere considerato a ragione uno dei pionieri della presenza imprenditoriale italiana nella città situata sulla costa meridionale della Cina, vero e proprio volano finanziario dei successi dell’economia cinese, alle prese con la più grave crisi della sua breve vita post-coloniale.

Quali sono le componenti alla base della contrapposizione di piazza?
La situazione si è avvitata attorno ad una serie di componenti che si sono via via sommate in una catena imprevedibile di cause ed effetti. A far partire la protesta la decisione di Pechino di introdurre una legge di estradizione da Hong Kong alla Cina che di fatto è stato interpretata dalla popolazione come una negazione del principio “un paese due sistemi” alla base dell’amministrazione speciale della regione. Quando, in forte ritardo, la proposta è stata ritirata la prostesta già dilagava, autoalimentandosi con la dura reazione da parte delle forze di sicurezza che hanno contribuito ad esacerbare gli animi.

Chi sono le persone che scendono in piazza?
C’è una componente generazionale prevalente costituita da giovani nati dopo la fase coloniale. Con l’idealismo tipico dei giovani hanno alzato l’asticella delle rechieste: ad un certo punto la posta in gioco non era più la legge di estradizione ma la richiesta di maggiori libertà, fino all’elezione dei vertici politici, cosa non consentita dalle norme in vigore. Ciò che è paradossale è che le posizioni più radicali, fomentate dall’iniziale rigidità della posizione del governo cinese, non erano condivise da tutta la popolazione. La quale, a sua volta, non ha di certo gradito il modo in cui è stato gestito l’ordine durante le manifetsazioni.

Riguardo le accuse di un coinvolgimento americano nel sostegno alle proteste?  
Non credo ad un’ipotesi di tipo complottistico. Certo, la vicenda si svolge sullo sfondo della guerra commerciale tra USA e Cina e l’endorsment giunto in favore della prostesta da parte di Washington ha avuto una sua influenza. Ma credo si tratti più di una concomitanza di situazioni che un piano di destabilizzazione ben preciso.

In che modo la crisi politica sta influenzando l’economia di Hong Kong?
Negli ultimi sei mesi è stata registrata una flessione del 45% dei flussi turistici mentre le vendite retail sono diminuite del 30%. Per una realtà in cui gli scambi commerciali riguardano, compresi i beni di lusso, il settore dei servizi – dallo shopping alla ristorazione – non è poco. Allo stesso tempo, però, non è venuto meno l’ottimismo. Il clima dell’ultimo Forum della HK Business Association – 46 associazioni federate per 13mila membri – era di moderata fiducia. Si attende un mutamento della situazione nel breve medio termine, anche se non è chiaro in quale direzione. 

Conviene ancora puntare su Hong Kong dal punto di vista imprenditoriale?
È un momento in cui bisogna fare molta attenzione, soprattutto in settori delicati come il mercato immobiliare. Sicuramente si è verificato un flusso in uscita degli investitori, prevalentemente verso Singapore, ma non è un fenomeno drammatico. Il progetto per la creazione della Great Bay Area (l’integrazione della regione di Hong Kong con altre 9 città della Cina meridionale, ndr) prosegue spedito: a breve si creerà un’area economica con il più alto sviluppo tecnologico del paese. Cresceranno le opportunità anche per quelle imprese, a partire da quelle italiane, non direttamente collegate all’hi-tech. E questo potrebbe innescare una prima inversione di tendenza. Le possibilità di reazione, d’altronde, sono molteplici. Pechino, ad esempio, potrebbe decidere di compensare le perdite nel settore turistico semplicemente aumentando i numeri di visti necessari alla popolazione cinese per visitare Hong Kong.
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