CSG: difendere la libertà di navigazione
La libertà di navigazione è una condizione essenziale per la resilienza delle catene di approvvigionamento e per la continuità del commercio globale. È il punto di partenza dell’analisi della Consultative Shipping Group (CSG), che riunisce le autorità marittime di 18 Paesi europei, asiatici e nordamericani, secondo cui “la frammentazione delle regole e l’aumento dei rischi sulle rotte internazionali stanno mettendo sotto pressione il sistema del trasporto marittimo”.
Negli ultimi anni le catene marittime hanno dovuto affrontare una successione di interruzioni, dalla pandemia di Covid-19 alla guerra in Ucraina, dalla siccità che ha interessato il Canale di Panama alle tensioni in Medio Oriente. Secondo la CSG, questi eventi hanno evidenziato “la vulnerabilità del sistema e aumentato incertezza e costi lungo le supply chain”.
A questi fattori si aggiungono le misure commerciali discriminatorie e la crescente divergenza tra gli approcci adottati dai diversi Paesi. Per il settore dello shipping, la prevedibilità delle regole è infatti fondamentale per programmare investimenti, accesso ai porti e impiego delle rotte nel lungo periodo: “la frammentazione normativa rischia di tradursi in una maggiore frammentazione dei mercati e, di conseguenza, in costi più elevati per imprese e consumatori”.
Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dall’espansione della cosiddetta shadow fleet, la flotta ombra richiamata dalla Risoluzione IMO A.1192(33), costituita da centinaia di navi impegnate in operazioni finalizzate ad aggirare le sanzioni e attive al di fuori dei normali sistemi assicurativi, di sicurezza e trasparenza. Secondo la CSG, la presenza di queste unità “crea sistemi paralleli nel trasporto marittimo, aumentando i rischi e indebolendo gli standard ambientali e di sicurezza”. Ne deriva un sistema a due livelli, nel quale “una parte degli operatori è soggetta a regole e controlli mentre un’altra opera in condizioni di minore trasparenza”.
La risposta, secondo il gruppo, non consiste necessariamente nell’introduzione di nuove norme o nella moltiplicazione di iniziative unilaterali, ma in una maggiore coerenza nell’applicazione delle regole internazionali già esistenti. In questo quadro, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) costituisce il riferimento giuridico per le attività in mare, compresi i diritti di passaggio inoffensivo e di transito delle navi.
La CSG chiede quindi un’azione coordinata per difendere la libertà di navigazione e rafforzare l’applicazione uniforme delle norme internazionali. Il primo passaggio indicato è una maggiore coerenza nell’attuazione delle regole nelle diverse giurisdizioni, accompagnata da trasparenza e scambio di informazioni tra le autorità competenti.
Il secondo riguarda il sostegno politico allo sviluppo e al mantenimento di standard comuni.
Per il gruppo, la cooperazione internazionale non rappresenta un limite alla sovranità nazionale, ma una condizione necessaria per governare efficacemente un sistema economico interconnesso. Una crescente frammentazione del sistema aumenterebbe invece il rischio di interruzioni nei principali chokepoint marittimi. La chiusura dello Stretto di Hormuz, sottolinea la CSG, ne dimostra gli effetti negativi sull’economia globale.






