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USA-Cina, tensioni sul transshipment

 


Il transshipment come cavallo di Troia. Si apre un nuovo fronte di tensione nella guerra tariffaria tra USA e Pechino: sotto accusa le attività di trasbordo container. L’occasione è un rapporto ufficiale pubblicato a metà agosto dalla Casa Bianca, "The Great Transshipment Scam: Rise, Scope, and Costs", a cura dell'Office of Trade and Manufacturing Policy, che accusa gli esportatori cinesi di instradare le merci attraverso paesi terzi per eludere i dazi doganali statunitensi prima dell'ingresso nel mercato americano. 
Il rapporto definisce il fenomeno come “un'attività di contrabbando mascherata da commercio legittimo”: “quando un prodotto cinese affronta dazi spesso superiori al 50%, instradarlo attraverso paesi con tariffe USA più basse o coperti da accordi di libero scambio come l'USMCA genera un incentivo economico rilevante”. 
Le stime raccolte collocano il flusso annuo di transshipment illegale in una forbice tra 40 e 303 miliardi di dollari, con un valore centrale di riferimento fissato a 75 miliardi di dollari e un impatto stimato di circa 450.000 posti di lavoro persi negli Stati Uniti e una contrazione del PIL annuo tra 113 e 150 miliardi di dollari. 
Oltre 40 i paesi identificati come a “rischio elevato”, suddivisi in tre livelli: il primo comprende economie diversificate con ampi flussi commerciali legittimi (Canada, Unione Europea, India, Messico, Corea del Sud, Taiwan); il secondo raggruppa paesi con forte integrazione produttiva con la Cina (Brasile, Indonesia, Malaysia, Thailandia, Vietnam); il terzo riunisce target opportunistici con vantaggi specifici come manodopera a basso costo o zone franche (Cambogia, Costa Rica, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Marocco, Panama). 
Sul piano operativo, la presunta rete si articolerebbe in quattro cluster funzionali: microhub nel Sud-est asiatico specializzati in assemblaggi leggeri e rietichettatura; gateway marittimi come Emirati Arabi Uniti e Panama per riconfezionamento e rifatturazione; nodi terrestri lungo le rotte della Belt and Road per transito ferroviario e consolidamento; una cintura di lavorazione in Polonia e Repubblica Ceca per finitura e stoccaggio regionale nell'UE. 
Il documento evidenzia inoltre un presunto effetto diretto sulla manifattura statunitense, definendo le corrispondenze tra hub esteri e distretti industriali americani: il Messico (Guanajuato-Querétaro) per motori elettrici e trasformatori impatterebbe Detroit, Grand Rapids e Indianapolis; il Vietnam per apparecchi di commutazione colpirebbe Chicago, Milwaukee e Rockford; l'India per pompe e compressori interesserebbe Cincinnati, Dayton e Columbus; la Corea del Sud per circuiti integrati coinvolgerebbe Phoenix, Austin, Portland e San Jose; la Malaysia per articoli in plastica impatterebbe Akron, Canton e l'Upstate della South Carolina. 
Le stime di perdita tariffaria, precisa il rapporto, sono considerate prudenti: non includono pienamente i dazi antidumping e compensativi (AD/CVD), la cui esposizione combinata in settori come alluminio, prodotti solari e componenti industriali può superare il 90%, arrivando in alcuni casi al 200%. 
Sul fronte del contrasto, l'amministrazione statunitense sta sviluppando "Detective Border", un'infrastruttura di controllo potenziata dall'intelligenza artificiale che combina analisi dei collegamenti nei dati commerciali globali, validazione della capacità produttiva effettiva delle aziende in paesi terzi e sistemi di computer vision nei porti per il confronto tra carico dichiarato e carico fisico tramite scanner a raggi X. Il sistema è affiancato dall'Ordine Esecutivo 14411, che introduce requisiti più stringenti di garanzia finanziaria per gli importatori, obblighi di piena divulgazione della proprietà aziendale e sanzioni inasprite per i violatori recidivi. 
Le accuse statunitensi hanno provocato la piccata reazione di Pechino. Il Ministero del Commercio cinese ha bollato il documento come una distorsione della realtà. Il portavoce del dicastero ha dichiarato che il rapporto statunitense “ignora i fatti e distorce la verità”. Per quest’ultimo il documento rappresenterebbe “un tipico atto di unilateralismo e protezionismo mirato a bloccare i prodotti cinesi, indicando nei dazi statunitensi elevati e differenziati la causa reale dei rischi per la sicurezza delle catene di fornitura globali”. 
La Cina, ha concluso, continuerà a rispettare le regole del commercio internazionale collaborando “per costruire una rete commerciale basata su uguaglianza, mutuo beneficio e cooperazione win-win”. 
La disputa si inserisce nel solco delle tensioni commerciali già emerse nelle scorse settimane tra i due paesi, dalle restrizioni FCC su telecomunicazioni e droni alle contromisure cinesi su certificazioni ed export control, a conferma di un confronto su più fronti nella contrapposizione trariffaria tra i due Paesi.  
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